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Mani

Jan 2009
Cristiana Colli
Mani

Un racconto è l’incipit, la stigmate di ciò che sarà. In quel fotogramma, in quella sintassi c’è già Tutto. Così la mano che si apre alla luce buca quei neri che Antonio Biasiucci ha declinato in forma di vulcani, di mucche, di ex-voto, come se le sue opere fossero una necessità permanente di tirar fuori la luce dal buio, di dissimulare dal nero scintillante lo spazio e i segni. Quelli primordiali della natura e quelli degli uomini con le loro devozioni, antiche e contemporanee.
Nel suo sguardo e nei suo scatti si intuisce a priori l’impaginazione iconografica del Senso.

Sono immagini definitive di tracce e matrici in cui non c’è niente di descrittivo ma piuttosto la ricerca dell’essenza di forme e superfici trasfigurate, per un’altra Conoscenza. Tra la profondità incommensurabile del nero e gli squarci di luce, sempre pittorici, si dispiega il confine di composizioni interroganti, ardite ma classiche, che spostano infinitamente la percezione e l’interpretazione.

Così le sue Mani, ora, in questo lavoro.


Mani che si sono congiunte in preghiera, aperte al saluto, chiuse alla rabbia. Si sono fatte legno, metallo, luce. Hanno toccato e accarezzato, hanno amato e vissuto. Si sono sporcate, lavate, ferite. Mani sapienti, di lavoro e di vita. Mani che hanno memoria di gesti e superfici, di corpi e oggetti, di attese e pensieri. Mani geometriche d’aria e di spazi. Mani nude. Mani vere. Le mani di Biasiucci percorrono territori e paesaggi, stazioni, vicoli e stalle, attraversano i luoghi disabitati e le produzioni industriali della Brianza. Sono mani che comprendono e lavorano perché pensano. Sono una natura forte come le solfatare, segni di una materia che ribolle e freme. Nei luoghi della produzione, arrampicato sulle macchine a controllo numerico, infiltrato nelle sale di verniciatura, tra montaggi e stoccaggi, coglie i gesti consueti e mai scontati del fare. Nell’attimo in cui il pensiero progettuale diventa reale, concreto, misurabile in centimetri, angoli, piegature, perché proprio lì c’è il passaggio tra l’idea e l’azione, tra il pensiero e l’oggetto, quando l’etica del gesto dà corpo all’estetica della rappresentazione.
Così le mani si fanno icone, sculture, reperti sulle quali il lavoro fissa l’ennesima declinazione di una poetica, di un racconto infinito del mondo.

Antonio Biasiucci (Dragoni 1961), vive e lavora a Napoli. I suoi interessi e le sue ricerche vanno dalla fotografia antropologica al mondo contadino campano alle periferie urbane. Nel 1984 inizia a collaborare con l’Osservatorio Vesuviano, svolgendo un ampio lavoro di documentazione sui vulcani attivi in Italia.
Con cicli storicizzati come Res, Magma, Vacche, Ex-Voto si è imposto come uno dei più autorevoli e originali autori della fotografia contemporanea italiana e internazionale.

Le sue opere arricchiscono le collezioni permanenti di importanti musei e istituzioni come il Centre Méditerranéen de la Photographie, la Bibliothèque Nationale di Parigi, il Departamento de documentaciòn de la cultura audiovisual di Puebla in Messico, il Centre de la Phothographie di Ginevra, lo Château d’Eau di Tolosa, la Maison Européenne de la Photographie di Parigi, la Fondazione Banca del Gottardo di Lugano, il Musée de l’Elysée di Losanna, la Galleria Civica di Modena, la Fondazione Banco di Napoli, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo per l’Arte Contemporaneaa, la Galerie Freihausgasse di Villach, la Calcografia di Stato di Roma, il PAN-Palazzo delle Arti, Napoli, la Collezione Unicredit.

Ha ottenuto importanti riconoscimenti tra i quali il Kraszna-Krausz Photography Book Awards e il premio Bastianelli. Ha esposto i suoi lavori in mostre personali e collettive di importanti istituzioni pubbliche e private tra cui il Centro San Fedele a Milano, la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, il PAN, il Museo Archeologico, Villa Pignatelli e il MADRE di Napoli, il Centre de la Photographie di Ginevra, la Frau Gallery di New York, il Museo dell’Ara Pacis, le Scuderie del Quirinale e il Palazzo delle Esposizioni di Roma, il Barbican Arts Center di Londra, il Musée de l’Elisée di Losanna, la Murray and Isabella Rayburn Foundation di New York, il Finlands Fotografiska Museum di Helsinki, il Museo degli Uffizi di Firenze, il MOCA Museum di Shangai, il MEP di Parigi. Ha partecipato agli incontri di Arles - premio European Kodak Panorama nel 1992, alla Biennale di Fotografia di Montepellier e alla Biennale di Venezia. Ha collaborato alla realizzazione di documentari tra cui Nero di Pappi Corsicato, e Camera segreta di Lavinia Longo.

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